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L'arte Fantastica di Bruno Di Maio
L'arte Fantastica di Bruno Di Maio
Opere d'arte fantastica, nature morte, nudi e molto ancora nell'archivio di opere di questo artista
www.brunodimaio.it
Sezione dedicata agli eventi segnalati dai visitatori di Arte Globale

mario loprete black(he)art

24/02/2007 - 31/03/2007
Città: corigliano calabro
Indirizzo: via margherita 47
Tel: 098383703
E-Mail: angelatrimboli@loft@gallery.it
Web Site: www.loftgallery.it

DESCRIZIONE EVENTO:
ANATOMIA A RITMO DI RAP
di Chiara Argenteri


Che l'estetica della moda, questo Cerbero dalle mille teste che da oltre
mezzo secolo fagocita nel proprio seno ogni forma espressiva e artistica per
ridurla a puro strumento del proprio dominio economico e mediatico, sia oggi
diventato il filtro attraverso cui far passare non soltanto, com'è sua
natura, stili e tendenze del nostro tempo, ma anche ogni forma di immagine e
di parafrasi del corpo, della bellezza e dell'identità delle nuove
generazioni, è ormai un dato di fatto assodato. Per questo, soprattutto
negli ultimi anni, la riflessione degli artisti sulla moda, sugli stereotipi
che essa genera e, dunque, sul suo straordinario potere seduttivo e
affabulatorio si è fatta più stringente e caustica. E mentre alcuni degli
artisti si affannano a strizzare furbescamente l'occhio agli Usa e alle
regole del glamour, e trattano le modelle e le rock star con lo stesso
parametro con cui vengono considerate nell'ambiente - oggetti di desiderio
ed emulazione per i giovani, e i meno giovani - ben altri artisti, con mezzi
e tecniche diverse, da quell'estetica e dai quei parametri, prendono invece
le mosse per affrontare un ragionamento sull'identità di una generazione e
sui canoni della bellezza (vacua) e dell'omologazione imposti dalla società
contemporanea. Mario Lo Prete sceglie questa strada, anzi, va' oltre. Si
oppone alle logiche ottimistiche dello star system, di quel mondo vellutato
e fatuo che vorrebbe farci credere tutti belli e perfetti, tutti capaci di
conquistare quel quarto d'ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol.
Rispetto ai cartelloni pubblicitari, agli show catodici, ai video di Mtv e
ai sogni di successo, l'artista calabrese mostra la realtà, svela il trucco,
si concentra sull'altra faccia della medaglia. Che per lui, è tutta nera.
Il mondo delle sue tele è popolato da b-boy d'oltreoceano, da rapper che
sembrano saltati fuori dai peggiori bassifondi di Harlem, dove ognuno ha il
suo inconfondibile stile underground, come segno di riconoscimento,
appartenenza e marchio di fabbrica: il cappellino della Nike girato al
contrario, la catenazza d'oro, la canottiera e i pantaloni (a vita
rigorosamente bassa con mutande griffate ben in vista) larghi che più larghi
non si può, la tuta di ciniglia blu o rossa e le scarpe da ginnastica. Sono
neri e arrabbiati e guardano dritto davanti a loro, fieri e orgogliosi delle
proprie origini. Con le loro espressioni spigolose e aggressive, la fronte
aggrottata e i lineamenti contratti, sono lì per farci capire di valere
molto più di quanto sembrano e cantano, di essere molto più di uno stupido
stereotipo per ragazzi in cerca di un'identità da emulare. Lo Prete scava
nei loro volti, ne studia l'anatomia e si sofferma sul linguaggio dei loro
corpi, immergendosi nella loro quotidianità. Parte da una fotografia, un
ritaglio di giornale, un'immagine trovata su internet, che rielabora e
contraddice. Poi, prova a bloccarla sulla tela, come se volesse congelare il
fluire caotico di una vita. I suoi personaggi, ritratti quasi sempre di
fronte, a mezzo busto o a figura intera, hanno sguardi impiantati nel vuoto,
fissi come in uno stato di apnea, un luogo atemporale dove neanche il
respiro fa rumore: occhi sbarrati di chi vuole afferrare tutta la realtà,
grida soffocate, fisionomie tirate come corde, lineamenti contratti, che si
arrotolano e si accavallano. Ragazzi, che forse non hanno nemmeno compiuto
diciott'anni, seduti sui gradini di una casa o appoggiati al loro bolide
rosso fiammante, mentre fumano una sigaretta e magari ti guardano dalla
tela, ti fissano dal cartellone pubblicitario di una metropoli come Milano,
ti catturano e ti trascinano nel vortice di un racconto. Le opere di Lo
Prete assomigliano a frame, inquadrature sempre interrotte, sempre tagliate
duramente. L'artista sembra ammettere che c'è dell'altro oltre quanto
ripreso all'istante, è evidente, ma in questo momento, al momento della
visione, occorre concentrarsi su questo punto, su questo particolare. Non è
dato sapere cosa accada intorno, ma quanto visto basta a fomentare una
storia, a stimolare l'immaginazione di un avvenimento. Seppur apparentemente
conosciuto, l'universo di Mario non si concede mai fino alla fine, non si
arrende alla curiosità, non cede. Come a dire, mi mostro, ma mai del tutto.
I suoi lavori colpiscono lo sguardo, precipitano l'immagine nei vortici
della mente, sono un abisso visionario che aggredisce memorie e fantasie, e
confonde nella narrazione elementi reali e immaginari. Un forte desiderio di
visione impagina la scena pittorica, seguendo i più segreti istinti, le più
nascoste curiosità, ma vibra anche di intensa e misteriosa poesia, così come
di intima dolcezza suadente. Le tele di Lo Prete hanno la capacità di
cambiare volto, proporre nuove prospettive, stupire una lettura
illusoriamente data: determinano il fascino sottile della pittura che si
scopre inaspettatamente sfuggevole e misteriosa. L'importante non è correre
ma approfondire, non è filare veloci ma immergersi. Ci si deve tuffare nei
volti, bisogna entrare e scomparire nelle pieghe di un pugno che si chiude,
di una mano che si copre gli occhi, nel gesto apparentemente insignificante
di afferrarsi i pantaloni. Perché l'artista non elenca, non si attarda a
descrivere eventi e passioni. Non svela segreti e neppure porta alla luce
quanto gelosamente custodito. Scava tra i gesti, le smorfie, i rari sorrisi,
le rabbie e gli stupori per ritrovare le tracce che eventi e passioni hanno
lasciato sul campo. Si limita a far capire che attorno a qualcosa di un
passato, più o meno recente, è stata tessuta quella trama di pelle ora
davanti agli occhi di tutti. E che quel qualcosa rimane comunque
impalpabile. Dietro alle labbra obbligate in quella particolare smorfia,
nella piega rabbiosa delle rughe, nell'intensità dello sguardo e nella
velata oscurità dei sorrisi si cela tutta una serie di passioni mai sopite,
desideri repressi, dolori, disagio, emarginazione, ma anche antiche
felicità. È una sfilata di segni e inquietudini, di amori e rancori. Bisogna
prendere appunti, classificare e poi archiviare come in un enorme data base:
un'enciclopedia dell'anima, un'anatomia che segue il ritmo veloce del rap.
Guardando i personaggi di Mario negli occhi, ci si vede il destino dentro,
compiacente o crudele, che come ogni buon mistero che si rispetti è
impossibile conoscere del tutto. Non si riesce mai ad afferrarlo e
trattenerlo. Si può soltanto immaginare quanto presumibilmente sia avvenuto.
Per questo i suoi b-boy non possono che essere belli, perché rappresentano
l'esatto opposto dei divi glamour, stereotipati e patinati dei cartelloni
pubblicitari e dei video di Mtv. Non sono perfetti, senza macchia né
peccato. Al contrario, volti e corpi, grazie a graduali trapassi di luce che
sottolineano i lineamenti e accrescono l'intensità dell'espressione, si
fanno specchio di inquietudini interiori. L'artista si concentra quasi
ossessivamente sui soggetti, li studia nei minimi particolari e sceglie una
pittura morbidissima, liquefatta, che si adagia dolcemente e mollemente
sulla tela. Una pittura tirata al massimo, vellutata, con tocchi precisi e
delicati, e cromie accese e prorompenti, dove la sfumatura è quasi vietata e
il gesto non solca la materia ma l'accarezza, l'accompagna con precisione
nel suo ruolo narrativo. Una materia che lascia intuire un virtuosismo
narcisistico capace di domare la sbavatura del colore o la frenesia di un
tratto istintivo. L'arte di Lo Prete è la pratica quotidiana di
un'interpretazione del mondo, un percorso intellettuale lungo le linee
d'ombra della vita, nei luoghi privati e discreti, dove si riconoscono i
protagonisti più autentici. Che guarda un po', sono tutti neri.

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