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di Arte Globale
mario loprete black(he)art
DESCRIZIONE EVENTO:
ANATOMIA A RITMO DI RAP di Chiara Argenteri
Che l'estetica della moda, questo Cerbero dalle mille teste che da oltre mezzo secolo fagocita nel proprio seno ogni forma espressiva e artistica per ridurla a puro strumento del proprio dominio economico e mediatico, sia oggi diventato il filtro attraverso cui far passare non soltanto, com'è sua natura, stili e tendenze del nostro tempo, ma anche ogni forma di immagine e di parafrasi del corpo, della bellezza e dell'identità delle nuove generazioni, è ormai un dato di fatto assodato. Per questo, soprattutto negli ultimi anni, la riflessione degli artisti sulla moda, sugli stereotipi che essa genera e, dunque, sul suo straordinario potere seduttivo e affabulatorio si è fatta più stringente e caustica. E mentre alcuni degli artisti si affannano a strizzare furbescamente l'occhio agli Usa e alle regole del glamour, e trattano le modelle e le rock star con lo stesso parametro con cui vengono considerate nell'ambiente - oggetti di desiderio ed emulazione per i giovani, e i meno giovani - ben altri artisti, con mezzi e tecniche diverse, da quell'estetica e dai quei parametri, prendono invece le mosse per affrontare un ragionamento sull'identità di una generazione e sui canoni della bellezza (vacua) e dell'omologazione imposti dalla società contemporanea. Mario Lo Prete sceglie questa strada, anzi, va' oltre. Si oppone alle logiche ottimistiche dello star system, di quel mondo vellutato e fatuo che vorrebbe farci credere tutti belli e perfetti, tutti capaci di conquistare quel quarto d'ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol. Rispetto ai cartelloni pubblicitari, agli show catodici, ai video di Mtv e ai sogni di successo, l'artista calabrese mostra la realtà, svela il trucco, si concentra sull'altra faccia della medaglia. Che per lui, è tutta nera. Il mondo delle sue tele è popolato da b-boy d'oltreoceano, da rapper che sembrano saltati fuori dai peggiori bassifondi di Harlem, dove ognuno ha il suo inconfondibile stile underground, come segno di riconoscimento, appartenenza e marchio di fabbrica: il cappellino della Nike girato al contrario, la catenazza d'oro, la canottiera e i pantaloni (a vita rigorosamente bassa con mutande griffate ben in vista) larghi che più larghi non si può, la tuta di ciniglia blu o rossa e le scarpe da ginnastica. Sono neri e arrabbiati e guardano dritto davanti a loro, fieri e orgogliosi delle proprie origini. Con le loro espressioni spigolose e aggressive, la fronte aggrottata e i lineamenti contratti, sono lì per farci capire di valere molto più di quanto sembrano e cantano, di essere molto più di uno stupido stereotipo per ragazzi in cerca di un'identità da emulare. Lo Prete scava nei loro volti, ne studia l'anatomia e si sofferma sul linguaggio dei loro corpi, immergendosi nella loro quotidianità. Parte da una fotografia, un ritaglio di giornale, un'immagine trovata su internet, che rielabora e contraddice. Poi, prova a bloccarla sulla tela, come se volesse congelare il fluire caotico di una vita. I suoi personaggi, ritratti quasi sempre di fronte, a mezzo busto o a figura intera, hanno sguardi impiantati nel vuoto, fissi come in uno stato di apnea, un luogo atemporale dove neanche il respiro fa rumore: occhi sbarrati di chi vuole afferrare tutta la realtà, grida soffocate, fisionomie tirate come corde, lineamenti contratti, che si arrotolano e si accavallano. Ragazzi, che forse non hanno nemmeno compiuto diciott'anni, seduti sui gradini di una casa o appoggiati al loro bolide rosso fiammante, mentre fumano una sigaretta e magari ti guardano dalla tela, ti fissano dal cartellone pubblicitario di una metropoli come Milano, ti catturano e ti trascinano nel vortice di un racconto. Le opere di Lo Prete assomigliano a frame, inquadrature sempre interrotte, sempre tagliate duramente. L'artista sembra ammettere che c'è dell'altro oltre quanto ripreso all'istante, è evidente, ma in questo momento, al momento della visione, occorre concentrarsi su questo punto, su questo particolare. Non è dato sapere cosa accada intorno, ma quanto visto basta a fomentare una storia, a stimolare l'immaginazione di un avvenimento. Seppur apparentemente conosciuto, l'universo di Mario non si concede mai fino alla fine, non si arrende alla curiosità, non cede. Come a dire, mi mostro, ma mai del tutto. I suoi lavori colpiscono lo sguardo, precipitano l'immagine nei vortici della mente, sono un abisso visionario che aggredisce memorie e fantasie, e confonde nella narrazione elementi reali e immaginari. Un forte desiderio di visione impagina la scena pittorica, seguendo i più segreti istinti, le più nascoste curiosità, ma vibra anche di intensa e misteriosa poesia, così come di intima dolcezza suadente. Le tele di Lo Prete hanno la capacità di cambiare volto, proporre nuove prospettive, stupire una lettura illusoriamente data: determinano il fascino sottile della pittura che si scopre inaspettatamente sfuggevole e misteriosa. L'importante non è correre ma approfondire, non è filare veloci ma immergersi. Ci si deve tuffare nei volti, bisogna entrare e scomparire nelle pieghe di un pugno che si chiude, di una mano che si copre gli occhi, nel gesto apparentemente insignificante di afferrarsi i pantaloni. Perché l'artista non elenca, non si attarda a descrivere eventi e passioni. Non svela segreti e neppure porta alla luce quanto gelosamente custodito. Scava tra i gesti, le smorfie, i rari sorrisi, le rabbie e gli stupori per ritrovare le tracce che eventi e passioni hanno lasciato sul campo. Si limita a far capire che attorno a qualcosa di un passato, più o meno recente, è stata tessuta quella trama di pelle ora davanti agli occhi di tutti. E che quel qualcosa rimane comunque impalpabile. Dietro alle labbra obbligate in quella particolare smorfia, nella piega rabbiosa delle rughe, nell'intensità dello sguardo e nella velata oscurità dei sorrisi si cela tutta una serie di passioni mai sopite, desideri repressi, dolori, disagio, emarginazione, ma anche antiche felicità. È una sfilata di segni e inquietudini, di amori e rancori. Bisogna prendere appunti, classificare e poi archiviare come in un enorme data base: un'enciclopedia dell'anima, un'anatomia che segue il ritmo veloce del rap. Guardando i personaggi di Mario negli occhi, ci si vede il destino dentro, compiacente o crudele, che come ogni buon mistero che si rispetti è impossibile conoscere del tutto. Non si riesce mai ad afferrarlo e trattenerlo. Si può soltanto immaginare quanto presumibilmente sia avvenuto. Per questo i suoi b-boy non possono che essere belli, perché rappresentano l'esatto opposto dei divi glamour, stereotipati e patinati dei cartelloni pubblicitari e dei video di Mtv. Non sono perfetti, senza macchia né peccato. Al contrario, volti e corpi, grazie a graduali trapassi di luce che sottolineano i lineamenti e accrescono l'intensità dell'espressione, si fanno specchio di inquietudini interiori. L'artista si concentra quasi ossessivamente sui soggetti, li studia nei minimi particolari e sceglie una pittura morbidissima, liquefatta, che si adagia dolcemente e mollemente sulla tela. Una pittura tirata al massimo, vellutata, con tocchi precisi e delicati, e cromie accese e prorompenti, dove la sfumatura è quasi vietata e il gesto non solca la materia ma l'accarezza, l'accompagna con precisione nel suo ruolo narrativo. Una materia che lascia intuire un virtuosismo narcisistico capace di domare la sbavatura del colore o la frenesia di un tratto istintivo. L'arte di Lo Prete è la pratica quotidiana di un'interpretazione del mondo, un percorso intellettuale lungo le linee d'ombra della vita, nei luoghi privati e discreti, dove si riconoscono i protagonisti più autentici. Che guarda un po', sono tutti neri. |
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